Diamo uno sguardo a come avviene l’incontro fra paziente e psicoterapeuta

Molte volte le persone iniziano il loro percorso di psicoterapia senza sapere bene che cosa stanno facendo e senza sapere che cosa chiedere al terapeuta. Vogliono semplicemente stare bene e si rivolgono a questa strana figura – lo psicoterapeuta – affinché le faccia stare bene, tolga loro dolori, paure, tristezze, angosce, ossessioni, fobie e quant’altro. Magari hanno visto che questo ha funzionato bene con persone di loro conoscenza, che dapprima soffrivano molto, erano sempre spente, terrorizzate o in bilico, e gradualmente hanno migliorato la loro vita, hanno trovato un bel senso di armonia e benessere interiore. Il loro esempio offre una grande motivazione ad intraprendere il proprio viaggio.
In questo breve articolo, riprenderò via via le parole scritte dallo psicologo psicoterapeuta Sheldon B. Kopp in un libro divenuto a suo tempo famoso, dove già il titolo è un invito esplicito e lampante ad andare oltre, oltre il proprio maestro, oltre il mito stesso del guru come dello psicoterapeuta, affinché ciascuno si riappropri pienamente del suo essere il principale esperto di sé e della sua re-sponsabilità o “capacità di rispondere”. Il libro da cui trarrò le frasi-spunto per questa riflessione si intitola “Se incontri il Buddha per la strada uccidilo: Il pellegrinaggio del paziente nella psicoterapia”* .

In ogni epoca, gli uomini hanno intrapreso pellegrinaggi, viaggi spirituali, ricerche personali. Spinti dal dolore, attirati dal desiderio, sorretti dalla speranza, singolarmente e in gruppi sono andati alla ricerca della liberazione, dell’illuminazione, della pace, del potere, della gioia o dell’irrealizzabile. […] hanno cercato aiutanti, guaritori e guide, insegnanti spirituali dei quali poter diventar discepoli.
L’uomo di oggi, il pellegrino contemporaneo, desidera essere discepolo dello psichiatra. Se cerca la guida di un tale guru contemporaneo, si troverà a intraprendere il proprio pellegrinaggio spirituale moderno.

Sheldon Kopp utilizza la metafora del pellegrinaggio e del pellegrino-paziente dove lo stesso rivolgersi al guru moderno – lo psichiatra e lo psicoterapeuta – costituisce l’inizio di un percorso di conoscenza di sé e di cambiamento. La stessa psicoterapia non è altro che un viaggio interiore che due persone, il terapeuta e il paziente, o a volte più di due – come nella terapia di coppia, familiare o di gruppo – intraprendono insieme. La direzione del viaggio è data dalla possibile evoluzione e crescita del pellegrino-paziente a partire dal disagio che sperimenta oggi. Probabilmente sente come di trovarsi nel bel mezzo di un’impasse, di un tunnel senza via di uscita, colmo di senso di frustrazione, di impotenza, di fallimento, di vuoto, di abbandono, di scompiglio o di caos. Sommerso da tali sensazioni, magari portate appresso da lungo tempo, è naturale che creda di non avere più alcuna bussola con sé o di averne una ormai guasta che non dia più delle indicazioni attendibili.

…Il pellegrino-paziente può rivolgersi al terapeuta come un bambino si rivolge a un genitore buono, insistendo perché questi si prenda cura di lui. È come se il paziente venisse in studio dicendo: “Il mio mondo è andato in pezzi e lei deve rimetterlo insieme”…

Il terapeuta acquisisce inizialmente un ruolo genitoriale per il paziente che lo vede come onnipotente e capace di risolvere magicamente al posto suo la sua difficile situazione. Gli affida così tutto il suo tormento affinché lo salvi e gli doni la tanto agognata serenità. Vuole che si prenda totalmente cura di lui e che faccia scomparire tutto il male che sente.
Spesso il sollievo iniziale che il paziente sperimenta nelle prime sedute è proprio dovuto a questo effetto calmante, laddove l’atteggiamento stesso di lasciare al terapeuta tutti i propri dolori ha un potente effetto rasserenante. A qualcuno può bastare in quel momento anche un intervento così lieve, di semplice ascolto e accoglienza del terapeuta. Percepisce come di aver liberato spazio e energie interiori, tanto da poter poi riprendere da solo il cammino, mettendosi ad affrontare i suoi problemi e i suoi dilemmi. Più frequentemente, quell’effetto momentaneo di benessere scivola via ed il pellegrino-paziente cerca disperatamente di trascinare nel suo baratro anche il terapeuta, accusandolo pure solo inconsciamente di non aiutarlo abbastanza, di aver deluso la sua richiesta di terapia magica indolore e totalmente delegata al suo ipotetico salvatore.

Il paziente entra e si scaglia contro di me: un disperato tentativo di trascinarmi nella fantasia di dovermi prender cura di lui. Io mi scosto e il paziente cade a terra, deluso e confuso. Adesso ha l’opportunità di alzarsi e provare qualcosa di nuovo. Se io sono sufficientemente abile in questo judo psicoterapeutico e se il paziente è abbastanza coraggioso e tenace, potrà imparare a diventare curioso circa se stesso, a conoscermi come sono e a cominciare a risolvere i suoi problemi. Potrà trasformare la sua testardaggine in determinazione significativa, la sua ricerca di sicurezza in una disponibilità all’avventura.

In un certo senso il terapeuta ha ben poco potere rispetto al paziente, perché non ha una ricetta miracolosa da offrirgli che lo sollevi dal suo fardello, non ha una portentosa pillola della felicità che il paziente può buttar giù in un batter d’occhio, non ha paradossalmente da insegnare alcunché al paziente su cosa debba fare per vivere bene. Nonostante lo psicoterapeuta abbia solitamente un vasto bagaglio di teorie, strategie e tecniche a disposizione, c’è un momento iniziale in cui tutte queste gli serviranno a ben poco, perché il primo grande scoglio che il paziente ha da superare sarà proprio l’illusione che il terapeuta lo guarisca miracolosamente. Spesso nelle prime fasi della terapia c’è il momento in cui il paziente “cade a terra, deluso e confuso”. E il terapeuta ci sarà, pur avendo lasciato che cadesse, e ci sarà ancora, pur lasciando che si rialzi. A questo punto entrambi avranno la loro grande parte di responsabilità affinché il percorso possa proseguire e cominciare a dare i suoi frutti.

Il desiderio di crescita del paziente costituisce la forza centrale del suo pellegrinaggio.

“Cadere” potrà trasformarsi in una grande occasione perché il paziente potrà rendersi conto di quanto in realtà abbia già tutto il necessario per stare bene, nonostante senta ancora il bisogno della guida del terapeuta per un certo tempo.
Il dubbio iniziale del paziente su quanto gli possa servire la psicoterapia o meno, se siano tempo e soldi spesi bene oppure buttati al vento, giungerà ad un bivio cruciale dove una strada porta alla rinuncia, forse solo temporanea, per tenersi caro tutto il suo malessere che quanto meno conosce molto bene, e l’altra strada conduce verso un sentiero ampio, ancora sconosciuto e incerto, tutto da scoprire, teso a realizzare il suo sé stesso più autentico e a dispiegare le sue ali per volare nell’universo.
Il vero potere, la vera forza motrice del percorso psicoterapeutico sarà proprio nelle mani del pellegrino, nelle sue emozioni, nei suoi desideri, nel suo saper guardare oltre e nell’agire armonicamente l’espressione del suo vero sé.
Ma allora sorge spontanea la domanda su quale sia la funzione del terapeuta. A cosa serve recarsi per breve o lungo tempo nella stanza della terapia? piangere lacrime di dolore e mettere così a nudo la propria anima, i propri pensieri distorti, la propria storia anche quando non se ne va fieri, i torti fatti ad altri e quelli ingiustamente subiti? ed ogni volta pagare la parcella del professionista per ogni sua ora di lavoro?

Il terapeuta può essere utile in diversi modi. Innanzitutto contrappone un altro essere umano in lotta al paziente attualmente egocentrico e cieco a ogni problema fuori dei propri. Il terapeuta può interpretare, consigliare, fornire l’accettazione emotiva e l’appoggio che alimenta la crescita personale e, soprattutto, può ascoltare. Non intendo che debba semplicemente udire l’altro, ma che ascolterà attivamente e in modo significativo, rispondendo con lo strumento del suo mestiere, cioè, con la vulnerabilità del proprio sé fremente. Questo ascoltare faciliterà il racconto della propria storia da parte del paziente, racconto che potrà liberarlo.

Il supporto costante di un altro essere umano non coinvolto direttamente nei drammi vissuti dal paziente è sì di fondamentale importanza. Spesso il terapeuta funziona semplicemente da specchio affinché il pellegrino si possa davvero vedere e possa mettere mano a se stesso. Spesso il terapeuta accoglie dentro di sé l’immenso turbinio emotivo del paziente restituendogli la possibilità di farvi fronte. Spesso il terapeuta coglie il momento giusto per utilizzare delle tecniche quali espedienti che avvicinino il paziente verso la sua unica personalissima risoluzione creativa. Nel fare questo, il terapeuta mette in gioco tutto il proprio sé e il proprio sentire fornendo un modello di come costruire momento per momento il precario equilibrio tra proteggersi e darsi libertà di essere e agire.

Se il pellegrino-paziente riesce a raggiungere la sua vera natura, se supera lo stadio della lotta, si chiederà perché il terapeuta-guru non gli abbia detto subito le semplici verità che l’avrebbero liberato. Ma come terapeuta, io so che sebbene il paziente impari, io non insegno. Inoltre, ciò che si deve imparare è troppo elusivamente semplice per poterlo afferrare senza lottare, rinunciare e sperimentare come è.

Il paziente sviluppa man mano la sua fiducia nella propria capacità di sperimentare e far tesoro di ciò che ha sperimentato, e così apprende. Alla fine coglierà che star bene interiormente significa semplicemente essere se stesso, ciò che già è, senza però quella confusione che all’inizio offuscava la sua possibilità di vedere e scoprire ciò che davvero è. Ed infine farà i conti con l’aver imparato che ciò che egli è, non è qualcosa di certo e definitivo, bensì continuamente mutevole con il quale può rimanere in contatto pieno e vibrante, abbandonando l’illusione di fermare il tempo, di fermare le cose intorno a lui, di fermare se stesso.

E ricordatevi, anche, che potete rimanere a casa, al sicuro nell’illusione familiare della certezza. Non intraprendete il viaggio senza rendervi conto che “la strada non è priva di pericoli. Tutto ciò che è buono è costoso, e lo sviluppo della personalità è più costoso di ogni altra cosa”**. Vi costerà la vostra innocenza, le vostre illusioni, la vostra certezza.

Si può scegliere di rimanere ciecamente fedeli all’illusione della certezza e questo è apparentemente poco dispendioso e molto rassicurante, di solito per un periodo di tempo limitato, visto che prima o poi tutti dobbiamo fare i conti con la realtà dell’incertezza. A quel punto, gli sprazzi di gioia e felicità saranno risicati, i colori sbiaditi e i sapori stantii, tanto da lasciar spazio al sopraggiungere dell’angoscia (angustia = stretto), quel terrificante sentirsi stretti nei propri panni e costretti e oppressi. Si può ugualmente scegliere di rimanere in quella sorta di “Paese dei Balocchi” anche quando è diventato evidente che non ci si riconosce più, proprio come nella favola di Pinocchio che si sta trasformando in un asino. Si può scegliere di risvegliarsi e di guardarsi allo specchio, pur notando con dispiacere le orecchie e la coda da asino ormai spuntate. Man mano si può prendere consapevolezza dell’esser divenuti schiavi della prigione “sicura e certa” che ci siamo costruiti.
Sarà un percorso meravigliosamente entusiasmante e grandemente faticoso al tempo stesso e il paziente potrà scegliere la sua guida terapeutica fintanto che ne avrà bisogno e fintanto che si sentirà sicuro di muovere da solo i propri passi nell’incerta fluida quanto reale dimensione del vivere.

* Sheldon B. Kopp (1972), Se incontri il Buddha per la strada uccidilo: il pellegrinaggio del paziente nella psicoterapia, Astrolabio, Roma, 1975, pp. 10-16 (primo capitolo).
** Richard Wilhelm, trad. con commento di C. G. Jung, The Secret of the Golden Flower, A Chinese Book of Life, Harcourt, Brace e World, New York, 1962, p. 95.

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